
Relazione
di S. Em. Gabriele, Arcivescovo di Comana
Esarca del Patriarca Ecumenico
all'Assemblea generale dell'Arcivescovado (1/5/2004)
(estratto in lingua italiana)
Cristo è risorto!
Monisgnore,
reverendi Padri,
reverende Madri,
cari fratelli e sorelle in Cristo,
E’ nella gioia pasquale che il Signore ci permette di incontrarci in questi giorni. Conformemente ai nostri statuti, è mia incombenza in qualità di Arcivescovo diocesano di presentare a voi un rapporto che descriva la vita e la situazione dell’Arcivescovado durante il periodo di tre anni che è trascorso dall’ultima assemblea generale ordinaria, nel 2001. Beninteso, l’avvenimento più incisivo è stata la tragica e brutale scomparsa del nostro compianto Arcivescovo, Mons. Sergio, di beata memoria, il 22 gennaio 2003. Ho avuto occasione durante l’assemblea generale straordinaria del 1° maggio 2003 di ripercorrere l’opera di Vladyka Sergio al vertice del nostro Arcivescovado, di richiamare alla memoria la sua cura pastorale per il gregge che il Signore gli aveva affidato, e anche di dire quanto io gli sia personalmente debitore. Non ritornerò in questa sede sulla personalità e l’opera di Vladyka Sergio – egli resta nella nostra memoria e nella nostra preghiera – “eterna memoria”.
Non tornerò più, in questa relazione, sul periodo 2001-2003, durante il quale non sono stato responsabile dell’Arcivescovado. Avete in particolare ascoltato qui la presentazione dell’esercizio contabile riguardante questo periodo. Tengo a ringraziare i membri dell’Amministrazione diocesana per il loro lavoro, un lavoro di grande abnegazione, spesso ingrato, che è costato loro molto tempo, abnegazione, salute. Una delle grandi preoccupazioni di Vladyka Sergio durante gli ultimi mesi della sua vita, è stata precisamente la realizzazione di questo lavoro dell’Amministrazione diocesana, la sua continuità, e il problema del ricambio che presto o tardi si porrà. Questo fa riflettere... Vi metterò al corrente delle mie considerazioni fra un momento.
Per quanti concerne l’anno 2003-2004, il bilancio è il seguente. Un prete ci ha lasciato: è il Padre Igumeno Andrea (Wade), partito per l’Italia. Per contro, ho proceduto all’ordinazione di sei preti: il padre Job (Getcha) – per l’Istituto di teologia e la parrocchia San Sergio; il padre Luc Gabriels, per Breda (Olanda); il padre Paul Sebelov, per Oslo e Copenaghen; il padre André Drobot, per la skite di Mourmelon; il padre Jaroslav Jozwik, per Nizza; il padre Jacques Legrand, a Parigi – e di tre diaconi: il padre ierodiacono Seraphim a Oslo; il padre André Svynarov, a Parigi; il padre Daniel Cabagnols ugualmente a Parigi, parrocchia della Presentazione della Madre di Dio al tempio. Abbiamo accettato quattro preti provenienti dall’esterno: il padre Igor Koretsky, venuto dalla Russia, a Belfort; il padre Marcel Sakis, proveniente dalla diocesi di Mont-Liban, a Antibes; il padre Johannes Kassberger, proveniente dalla Chiesa russa oltre frontiera, a Stoccarda e il padre André Jacquemot, a Metz-Strasburgo. Altre candidature stanno maturando in Belgio, in Svezia, in Italia, per la Spagna e, lo spero, in Francia.
Durante l’anno trascorso abbiamo aperto diverse nuove parrocchie: a Stoccarda, dove la Municipalità ha messo a nostra disposizione un’antica chiesa cattolica, c’è una parrocchia di lingua tedesca; a Strasburgo una parrocchia di lingua francese; a Saragoza una parrocchia destinata ai recenti immigrati dalla Russia e dall’Ucraina... Nel dicembre 2003 ho proceduto alla consacrazione della nuova chiesa di Oslo. Il 14 ottobre, festa della Protezione della Madre di Dio, ho presieduto la cerimonia di dedicazione della Chiesa della Trasfigurazione, al Monastero di Bussy-en-Othe, attorniato da numerosi vescovi e preti appartenenti alle diverse chiese ortodosse.
A tutt’oggi l’Arcivescovado conta una sessantina di parrocchie e comunità, servite da 76 preti e 14 diaconi. A coloro che dicono o scrivono, su internet o altrove, che non abbiamo più preti e che il nostro Arcivescovado è insignificante o in via d’estinzione, voglio dire qui molto seriamente e con tutta responsabilità che questi discorsi non corrispondono alla realtà ma suscitano un’atmosfera di scoraggiamento, di timore per l’avvenire, e in una certa misura partecipano, volontariamente o meno, coscientemente o meno, ad un’opera di destabilizzazione della nostra diocesi, che il Signore non gradisce certo. “Non temere, piccolo gregge”, ha detto il Cristo ai suoi discepoli. Facciamo nostre queste parole di Nostro Signore. Siamo, laddove ci troviamo, ciò che siamo chiamati ad essere, in tutta modestia e in tutta umiltà, ma con la fermezza e la forza che dona lo Spirito Santo, perché ciò che cerchiamo di fare è la volontà di Dio, non la nostra.
[...]
Nel corso di questi dodici mesi ho visitato un gran numero di Parrocchie e comunità: Saint-Serge, Saint-Séraphim, Notre-Dame-du-Signe, Présentation-de-la-Mère-de-Dieu-au-Temple, la cripta della Sainte-Trinité a Parigi ; Asnières, Sainte-Geneviève-des-Bois, Châtenay-Malabry, Eaubonne, Nizza, Saint-Raphaël, Antibes, Marsiglia, Tolosa, Biarritz, Bussy-en-Othe, Mourmelon, Belfort, Saint-Louis, Vichy, Rennes, Colombelles, oltre che a Bruxelles, Liegi, Saint-Hubert, Breda, Firenze, dove abbiamo festeggiato l’anniversario della chiesa nel novembre scorso, Düsseldorf, Oslo, Stoccolma, Barcellona, e probabilmente ne dimentico altre… Ben inteso, ho presieduto le celebrazioni liturgiche, molte volte la domenica e in occasione della maggior parte delle grandi feste, nella cattedrale Sant’Alessandro Nevskij. Sebbene non ne sia il rettore, sono molto vicino alla cattedrale, al suo clero e ai suoi parrocchiani. E’ il centro della vita pastorale ed ecclesiale del nostro Arcivescovado, è là che si trova la nostra cattedra episcopale e mi sembra importante ricordare, come amava fare il mio predecessore, l’Arcivescovo Sergio di beata memoria, che ognuno ha coscienza del legame, direi storico e liturgico, tra la nostra cattedrale e l’insieme dell’Arcivescovado.
Allo stesso modo, voglio anche insistere sui legami particolari, che esistono e che devono essere rafforzati, tra l’Arcivescovado, le sue parrocchie, i loro membri, chierici e laici e, da una parte, l’Istituto Teologico San Sergio, e dall’altra, il Monastero “Notre-Dame-de-Toute-Protection”, a Bussy-en-Othe. Sono due polmoni indispensabili alla vita del nostro Arcivescovado. Senza una scuola di formazione teologica degna di questo nome, dove i futuri preti, teologi, catechisti, e tutti i laici possono approfondire e strutturare la propria fede, senza questo luogo dove la ricerca teologica è chiamata a svilupparsi nella fedeltà alla Tradizione, sempre creatrice quando è aperta al soffio dello Spirito Santo, la nostra diocesi non può rispondere alle domande dell’uomo d’oggi, né testimoniare l’ortodossia nel mondo. Allo stesso modo, senza il Monastero la nostra diocesi sarebbe priva della possibilità di abbeverarsi alla fonte d’acqua viva di una spiritualità ortodossa autentica, quale è quella che si esprime nella vita monastica.
E’ per questo che, a titolo personale, ho desiderato stabilire una relazione stretta con l’Istituto San Sergio, i suoi professori, i suoi studenti. Ho rinnovato la pratica del Metropolita Evloghij di beata memoria, di celebrare presso la Chiesa dell’Istituto il giorno dopo le grandi feste, Pasqua, Natale, Teofania. Ho anche deciso di consacrare un pomeriggio alla settimana, generalmente il martedì, ad incontri sul posto con i professori e gli studenti, e di essere presente ai consigli dei docenti, in qualità di rettore dell’Istituto. Si tratta di un’esperienza molto arricchente per me, alla quale attribuisco una grande importanza.
Per quanto concerne il Monastero di Bussy, ho seguito con attenzione i lavori della nuova chiesa, iniziati con la benedizione di Vladyka Sergio alcuni anni fa. Ho presieduto le cerimonie di edificazione dell’altare e di dedicazione della chiesa, e numerose vestizioni monastiche. La costruzione della nuova chiesa è veramente una benedizione ed un miracolo. Ogni soggiorno a Bussy è per me, come sicuramente per molti di voi, una benedizione ed una fonte di grande gioia spirituale.
Per quanto concerne i miei spostamenti ufficiali all’estero, mi sono recato in visita alla sede del Patriarcato di Costantinopoli, al Fanar, lo scorso settembre. Devo dire che sono stato accolto da Sua Santità il Patriarca Ecumenico in modo estremamente caloroso e veramente paterno. Fra una settimana mi recherò nuovamente dal Patriarca Ecumenico, che mi ha invitato a partecipare alle celebrazioni della festa di San Giovanni teologo, presso l’antico sito di Efeso. Ho inoltre visitato per due volte la Chiesa Ortodossa di Polonia, in agosto e nel dicembre 2003, e la Chiesa ortodossa di Georgia, nel mese di settembre 2003 a Tbilisi, dove ho accompagnato Sua Santità il Patriarca Bartolomeo I, e dove ho incontrato Sua Beatitudine il Patriarca Elia II. Ovunque l’accoglienza è stata calorosa, ed ovunque ho potuto constatare che il nostro Arcivescovado è generalmente conosciuto, e riconosciuto sul piano canonico.
La gioia di ritrovarci qui in questo periodo pasquale è resa ancora più grande dell’immensa gioia che abbiamo tutti provato, lo spero, all’annuncio della canonizzazione del Santo prete Alexis Medvedkov, del Santo prete e martire Dimitrij Klépinine, della Santa monaca e martire Maria, e dei suoi compagni Georges (Youri) Skobtsov ed Elie Fondaminskij. Parteciperemo alla proclamazione della canonizzazione di questi nuovi santi questa sera, nel corso della Veglia, e domani, alla Divina Liturgia. Bisogna qui ricordare che va all’Arcivescovo Sergio di beata memoria il merito di avere preso l’iniziativa di chiedere la loro canonizzazione, almeno per quanto concerne i quattro santi martiri. Aveva inoltrato questa richiesta nel corso di uno dei suoi viaggi al Patriarcato di Costantinopoli, nel 1996 o nel 1997. Dopo la mia elezione ho scritto a Sua Santità il Patriarca Bartolomeo I, chiedendogli di procedere in prima persona alla canonizzazione a livello del Patriarcato Ecumenico, ovvero di autorizzarci ad iscrivere i loro nomi come santi locali. Quale è stata la mia sorpresa e la mia gioia quando, lo scorso gennaio, Sua Santità mi ha comunicato che il Sinodo aveva deciso di canonizzarli, e che questo atto non solo era stato trasmesso al nostro Arcivescovado, ma anche a tutte le diocesi del Patriarcato di Costantinopoli in Europa occidentale, cosa che interpreto come un segno di attenzione e di amore paterno da parte del Patriarca nei nostri confronti. Ho avuto l’occasione di rivolgermi a voi, chierici e responsabili laici, oltre che all’insieme del popolo di Dio, per annunciarvi questa notizia, spiegandone il significato spirituale per noi tutti, ed indicandone le implicazioni liturgiche, e in particolar modo la celebrazione della loro memoria secondo l’uso della nostra Santa Madre la Chiesa, in tutte le nostre parrocchie e comunità, nei giorni fissati dal calendario ecclesiastico.
[...]
Riguardo alle nostre relazioni con il Patriarcato di Mosca, ho già avuto occasione di dire e lo ripeto, che personalmente ho buoni rapporti con il rappresentante del Patriarcato di Mosca in Francia, S. Em. l’Arcivescovo Innocenzo, e anche con il responsabile della diocesi del Patriarcato di Mosca in Belgio, S. Em. l’Arcivescovo Simone. Abbiamo avuto occasione di concelebrare in diverse circostanze durante l’anno trascorso. L’unità eucaristica piena ed intera, restaurata da circa dieci anni, sussiste oggi fra noi grazie a Dio. Ne avremo ancora domani, lo spero, una testimonianza, con la presenza fra noi di S. Ecc. il Vescovo Basilio, che è attualmente incaricato di reggere la diocesi di Surozh, in Gran Bretagna.
Dobbiamo tuttavia deplorare l’esistenza di diversi contrasti e lacerazioni. Due parrocchie ci hanno lasciato. Da una parte, la chiesa di Clamart, situata in una proprietà familiare, i cui proprietari hanno desiderato unirsi alla giurisdizione del Patriarcato di Mosca, cosa di cui mi avevano precedentemente informato. L’altra parrocchia che ci ha lasciato, o piuttosto che ci è stata presa, è quella di Charleroi, in Belgio. Si tratta di una ben triste lezione per noi tutti. Voi siete al corrente del fatto che noi pratichiamo comunemente tra le diverse diocesi – e segnatamente con quelle dei patriarcati di Antiochia, di Mosca e di Romania – uno scambio sacerdotale, affidando, in caso di necessità ed a titolo temporaneo, la responsabilità pastorale di una parrocchia a un membro del clero di un’altra diocesi. E’ così che l’Arcivescovo Sergio fu portato ad affidare la parrocchia di Charleroi ad un prete del Patriarcato di Mosca. Trascorsi molti anni, non abbiamo dedicato sufficiente attenzione alla situazione legale di questa parrocchia e non abbiamo vigilato sul buon rinnovamento delle sua istituzioni statutarie, registrate di fronte all’autorità civile. Statutariamente, nel consiglio parrocchiale non è rimasta che una sola persona che, di propria autorità, ha deciso di rivolgersi al Patriarcato di Mosca, portando con sé, per così dire, la parrocchia, con l’appoggio – tristemente – del prete cui era stata affidata, e senza alcuna concertazione con la nostra diocesi. Per descrivere un tale atteggiamento non c’è qui bisogno di fare lunghi discorsi sull’ecclesiologia, la conciliarità, il diritto canonico, la natura dell’autorità episcopale, tutti temi di cui noi ortodossi parliamo sovente fra noi, ma che non faremmo male ad applicare ogni tanto nella nostra vita.
Per evitare nel futuro lacerazioni di questo genere, è stato convenuto con S. Em. l’Arcivescovo Innocenzo di Chersoneso di costituire una commissione mista da noi designata, incaricata di esaminare i problemi che potrebbero porsi nelle relazioni tra le nostre due entità ecclesiali. Ho designato come membri di questa commissione il Padre Igumeno Job, il padre Sergio Sollogoub e il professor Joost van Rossum, dell’Istituto San Sergio. Spero che con questo potremo giungere ad una migliore comprensione reciproca e ad una migliore testimonianza comune dell’Ortodossia.
A proposito della lettera di S.S. il Patriarca Alessio II di Mosca datata 1° aprile 2003, che riguarda, come è noto, un progetto di organizzazione di una nuova struttura della Chiesa di Russia per l’Europa occidentale, che raggrupperà l’insieme delle entità ecclesiali di “tradizione russa”, e che dovrà essere l’embrione di una chiesa locale in Europa occidentale, desidero richiamare i punti seguenti.
Ho inviato una lettera personale a Sua Santità il Patriarca di Mosca Alessio II, con la quale l’ho informato della mia elezione a capo dell’Arcivescovado e l’ho messo al corrente del mio voto più caro, cioè che “la comunione tra noi, Vostra Santità, e tra la Chiesa di Russia da una parte e la Chiesa ortodossa locale nascente in Francia ed in Europa occidentale dall’altra, resta inalterabile”. Non ho potuto nascondere a Sua Santità il turbamento che ha provocato la sua lettera del 1° aprile tanto per la sua forma quanto per il suo contenuto. Manifestando il mio rammarico per il contesto nel quale la lettera è giunta, ho espresso la speranza che ad essa possa essere fornita una risposta consensuale, perché, dicevo nella mia lettera, “qualunque sia la soluzione, essa non deve essere messa in atto a spese dell’unità o attraverso una qualsivoglia divisione”. La mia lettera al Patriarca Alessio II era datata l’11 maggio 2003. Non ha ricevuto a tutt’oggi risposta.
Nel frattempo ho avuto un colloquio su questo argomento con Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, nel corso di una visita alla sede del Patriarcato, nel settembre 2003. Sua Santità mi ha messo al corrente della corrispondenza scambiata a questo proposito con il Patriarca di Mosca, e nella quale i primati delle due Chiese riaffermano i rispettivi punti di vista sulla futura organizzazione della “diaspora”. Egli mi ha anche informato del contenuto dei colloqui che hanno avuto luogo tra i responsabili delle Chiese di Costantinopoli e di Mosca riguardo alla lettera del 1° aprile e la situazione del nostro Arcivescovado. Ho allo stesso modo preso contatto con gli altri vescovi di entità ecclesiali coinvolte in prima istanza dalla proposta del Patriarca di Mosca, specialmente Sua Eccellenza il Vescovo Ambrogio (diocesi della Chiesa russa all’estero) e Sua Eminenza il Metropolita Antonio di Surozh di beata memoria. Così non ho fatto altro che andare nella direzione della prima delle proposte contenute nella lettera del Patriarca Alessio II: che i vescovi responsabili delle differenti giurisdizioni di tradizione russa in Europa occidentale si incontrino e discutano tra loro le modalità che possano favorire l’unità. Il Vescovo Ambrogio si è mostrato molto riservato di fronte all’iniziativa del Patriarcato di Mosca; il Metropolita Antonio, con cui ho parlato per telefono e da cui mi sono recato a Londra, nel mese di giugno, qualche settimana prima che il Signore lo chiamasse, ha voluto mettermi in guardia contro qualunque mossa che si rivelasse precipitosa o che potesse portare alla rottura dell’unità della chiesa. Insistendo sulla pressante necessità di ripristinare innanzitutto la fiducia e la carità, preambolo a qualsiasi riavvicinamento, mi ha detto e scritto che nulla deve essere fatto sotto costrizione – prendendo tutto il tempo necessario e rispettando il dono della libertà che abbiamo ricevuto da Dio. E’ peraltro noto che il Metropolita Antonio scrisse anche al Patriarca Alessio II per declinare ogni responsabilità al vertice della regione metropolitana in esame.
Da parte mia mi sono impegnato nel dialogo che avevo annunciato dopo la mia elezione. Mi è infatti parso naturale in mia qualità di Arcivescovo, cioè di pastore dell’insieme della diocesi, consultare i membri dell’Arcivescovado non solamente a Parigi, ma anche in provincia e all’estero: ho ascoltato i sacerdoti, i responsabili laici, i fedeli. Ho inoltre spalancato la mia porta a tutti coloro che desideravano parlarmi della questione e che, non sono in definitiva stati numerosi. Ho potuto constatare che la questione non si pone allo stesso modo a Parigi e in provincia, in Francia e negli altri paesi. Bisogna tenere conto del fatto che il nostro Arcivescovado è allo stesso tempo multinazionale e multietnico. Ciò che costituisce un problema per alcuni non lo è per altri; permettetemi di sottolineare con vigore che questa è la specificità ricca e complessa del nostro Arcivescovado. Va detto che sussistono delle tensioni, sebbene la scomparsa del Metropolita Antonio di Surozh abbia di fatto reso nullo il progetto così come proposto dal Patriarca Alessio II, progetto che pare sia stato eleborato nelle sue grandi linee proprio qui, a Parigi. Credetemi, Fratelli e Sorelle, non provo amarezza verso alcuno. Sono convinto che siamo tutti animati dal desiderio profondo di operare per l’unità dell’Ortodossia su questa terra. Ma la questione che ci preoccupa e ci interpella è semplice: “come, e con quali criteri, strutturare qui una chiesa ortodossa localmente unificata?”.
Non sto riferendomi a come creare la Chiesa, perché essa esiste già. Essa esiste dal momento in cui la prima Divina Liturgia è stata celebrata con la benedizione di un Vescovo e su un antiminsio da lui consegnato. Poco importa se questo vescovo o il prete sia stato russo, ucraino o greco. Poco importa se, oggi, celebriamo in slavonico, in greco, in arabo, in romeno, o nella lingua del paese. Nei nostri paesi si sviluppa poco a poco la collaborazione e, certamente, la concelebrazione tra tutti gli ortodossi stabiliti in un medesimo luogo; si diffonde cioè il senso di una Ortodossia locale, del quale il solo ed unico criterio è la confessione comune della fede ortodossa. In Francia, per esempio, come sapete abbiamo una lunga esperienza di dialogo e collaborazione tra le diocesi ortodosse, che si è manifestato fin dal 1967 attraverso un comitato interepiscopale ortodosso, ed oggi, dal 1997, attraverso l’Assemblea dei vescovi ortodossi di Francia. Questa assemblea riunisce tutti i vescovi ortodossi di questo paese: essendo man mano divenuta una vera autorità di concertazione e di coordinamento, costituisce ora per i problemi comuni, il portavoce della Chiesa ortodossa in Francia. Ma questa assemblea è per ora priva di qualsiasi statuto canonico. Ciò che manca dunque è un’organizzazione canonica unificata, poiché nella diaspora ogni chiesa autocefala ha costruito le proprie strutture diocesane, al di fuori del proprio territorio canonico, per rispondere ai bisogni delle proprie comunità culturali, linguistiche, etniche. Questo è dunque il problema. La lettera del Patriarca di Mosca ha messo in rilievo, una volta di più, questa realtà in tutti gli aspetti che la rendono non conforme ai principi stessi dell’ecclesiologia ortodossa. In questo, la lettera segna una tappa fondamentale. E’ importante che il primate di una grande chiesa ortodossa si esprima così sul problema dell’organizzazione canonica della diaspora, e noi gli siamo riconoscenti. Tuttavia la sua lettera non parla della formazione di una vera Chiesa, ma dell’integrazione del nostro Arcivescovado nel quadro di una metropolia che raggrupperà nel suo seno, lo cito, “le comunità di origine e tradizione russa”, metropolia che “servirà, nel momento voluto da Dio, da crogiolo per l’organizzazione della futura Chiesa ortodossa locale multietnica in Europa occidentale”. Noi possiamo sicuramente sognare per questa metropolia uno statuto di larga autonomia, quale quello di cui fruiscono le Chiese di Ucraina e Bielorussia, oppure, in maniera meno utopica, di uno statuto di minore autonomia, come quello delle metropolie di Moldova e della Lettonia, o come quello della metropolia russa d’Estonia - e qui è evidente che non si tratta affatto della stessa cosa. Comunque sia, questa [metropolia] in un modo o nell’altro si collocherà nel quadro di una chiesa nazionale, la Chiesa di Russia, e al di fuori del suo territorio canonico. Ora, la nostra realtà ecclesiale, qui in Europa occidentale, non è più una realtà nazionale, ma è diventata per forza di cose una realtà territoriale, il che corrisponde pienamente, ripetiamolo ancora, alla teologia ortodossa della chiesa.
A proposito dei contatti recentemente intercorsi tra il Patriarcato di Mosca e la Chiesa russa fuori frontiera, ho sentito alcuni nostri fedeli esprimere il proprio rammarico e la propria inquietudine sul fatto che il nostro Arcivescovado non abbia preso parte a questo negoziato. Una simile valutazione mi pare metta in luce una errata percezione del problema. La situazione della Chiesa russa fuori frontiera è assai differente dalla nostra. Al momento attuale questa chiesa si trova isolata dall’insieme delle altre chiese ortodosse autocefale, e non è in comunione con alcuna di esse. Non esiste quindi comunione eucaristica tra la Chiesa fuori frontiera e il Patriarcato di Mosca. Il negoziato tra le due chiese implica innanzitutto la risoluzione di questo problema: ristabilire la comunione eucaristica con la Chiesa russa, e tramite essa, con tutte le altre chiese ortodosse.
Per quanto ci concerne, grazie a Dio noi ci troviamo già in piena unità eucaristica con il Patriarcato di Mosca, e siamo in comunione con il pleroma delle Chiese ortodosse sulla base del nostro legame canonico con il Patriarcato Ecumenico. Non possiamo che augurarci e sperare che la Chiesa fuori frontiera giunga ad integrarsi nella pienezza della comunione ortodossa. Detto ciò, è ancora difficile dire quando tutto ciò avverrà e se tutto ciò sboccherà in una riunificazione con il Patriarcato di Mosca. Attualmente i responsabili della Chiesa fuori frontiera, a cominciare dall’Arcivescovo Marco di Berlino, dichiarano che per loro non si parla qui di “ritorno a Mosca”, di “sottomissione”, di “fusione”, di “re-integrazione”, affermano che il Patriarcato di Mosca non è che una parte della Chiesa russa, e sottolineano che l’instaurazione della comunione eucaristica non implica l’unità dal punto di vista amministrativo. Come vedete, la questione è più complessa di quanto generalmente non si dica, e la sua risoluzione sarà probabilmente più lontana di quanto non si pensi.
Possiamo anche sognare di vedere questa “metropolia”, come ci è stato proposto dal Patriarcato di Mosca - unicamente destinata agli ortodossi russi, di origine russa e di tradizione russa – radunare attorno a sé l’insieme degli ortodossi d’Europa occidentale, qualunque siano le loro appartenenze nazionali, etniche o linguistiche. A questo proposito la situazione ecclesiale in America del nord merita attenzione. La creazione di una chiesa autocefala isolata, avviata e sostenuta da una chiesa nazionale importante, non ha attratto attorno alla prima le altre diocesi ortodosse, soprattutto quelle che sono in gran parte di profilo nazionale. [certi responsabili del Patriarcato di Mosca affermano da qualche tempo che, per quanto concerne la fondazione della Chiesa autocefala in America (OCA), “non commetterebbero più un tale errore”]. La Chiesa di Russia d’altra parte attualmente incoraggia e sviluppa la propria struttura ecclesiale parallela, sul territorio stesso della Chiesa ortodossa in America (OCA), che aveva creato a suo tempo. E’ difficilmente concepibile che una simile esperienza possa servirci da modello per risolvere le divisioni tra giurisdizioni.
In questa situazione che soluzione si prospetta per noi? Una prima conclusione si impone: la lettera del 1° aprile evidenzia una volta di più la necessità per tutte le Chiese ortodosse autocefale di lavorare tutte insieme all’organizzazione canonica delle entità territoriali che sono state da ciascuna create nel XX secolo, per formare così una Chiesa ortodossa locale unificata nei nostri paesi dell’Europa occidentale. In questo senso la dichiarazione del Patriarca di Mosca è importante, e a mio avviso non deve essere sottovalutata o trascurata, ma nel contempo non è possibile dimenticare che nel 1990 e nel 1993 a Chambésy in Svizzera due consultazioni intra-ortodosse, alle quali hanno partecipato tutti i nostri Patriarcati, hanno dato vita alla creazione di assemblee episcopali nei diversi paesi della “diaspora”, per contribuire all’avviamento di una testimonianza ortodossa comune. In Francia, dove abbiamo la gioia di avere una Assemblea di vescovi ortodossi (AEOF) che lavora con zelo all’edificazione della chiesa ortodossa nel paese, è stata avviata una nuova iniziativa: fra qualche mese i vescovi membri dell’Assemblea visiteranno i diversi patriarcati ortodossi, cominciando in novembre, secondo l’ordine dei dittici, da Costantinopoli, proseguendo poi con Antiochia, Mosca, Belgrado e Bucarest, per discutere con i diversi primati tutte le questioni e le soluzioni possibili relative alla creazione, qui nel nostro paese, di una chiesa locale unificata.
Ecco un segno visibile del lavoro che è stato fatto, lentamente ma fermamente, da molti decenni, e che conferma una volta di più la necessità e la volontà di lavorare tutti insieme, anche con il Patriarcato di Mosca, essendo l’Arcivescovo Innocenzo parte integrante dell’AEOF. In seno al nostro Arcivescovado, quali che siano le opinioni di ciascuno, poniamo al centro delle nostre preoccupazioni l’organizzazione canonica di una ortodossia locale unificata. In vista di questo spero che in occasione di queste visite i primati e i sinodi delle nostre diverse Chiese, compresa quella di Russia, ci possano dire ciò che concretamente pensano in merito alla questione, tenendo conto del contesto in cui ci troviamo oggi (esistenza dell’AEOF, e processo preconciliare, in particolare), perché è l’ortodossia intera ad essere coinvolta in questo processo.
Siamo tutti coscienti del fatto che è diventato impossibile considerare la Chiesa ortodossa come straniera in Europa occidentale. E’ presente e residente nei nostri paesi. L’Europa è divenuta il luogo permanente della nostra vita quotidiana. Questo non significa che la nostra Chiesa non abbia radici storiche né tradizioni proprie, alle quali siamo attaccati e dalle quali non intendiamo separarci. Abbiamo avuto già l’occasione di dire che la lenta messa in opera di strutture unificate di una ortodossia locale in Europa occidentale non si realizzerà a detrimento della fedeltà alle nostre tradizioni, alle nostre lingue liturgiche, alle nostre pratiche pastorali e canoniche particolari. La nostra Santa Madre, la Chiesa ortodossa, sa conciliare diversità ed unità.
A questo proposito, ho con dolore scoperto recentemente che alcuni intendono iniziare una polemica sulle differenti pratiche della vita liturgica in atto nel nostro esarcato – vecchio o nuovo calendario, lingua liturgica, abbreviazioni degli offici, comunione frequente, confessione, ecc. -, cercando di fare distinzioni tra i nostri preti e i nostri fedeli a partire dal livello di “tradizionalismo” o di “modernismo” degli uni o degli altri. Queste questioni sono state già trattate, a più riprese, sotto i miei due predecessori immediati, gli Arcivescovi Giorgio e Sergio. Se sarà necessario discuterne nuovamente, sono pronto a trattarle, ad esempio, nell’ambito di una prossima assemblea pastorale. Personalmente penso che la Tradizione sia la trasmissione, perennemente creatrice, - in funzione dei nuovi contesti storici e culturali – della Verità, che è – essa – unica, e che è Cristo stesso: “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e per l’eternità” (Ebr 13,8). Volersi attribuire il dono ed il diritto di giudicare tra i preti da una parte coloro che sono fedeli alla “vera” tradizione russa e, dall’altra, coloro che avrebbero scelto di “creare” un’ortodossia locale, “modernizzata” o “francesizzata”, è non solo una cosa superficiale e falsa, ma insinua uno spirito di divisione in mezzo a noi. Un simile atteggiamento del corpo ecclesiale non è solo inaccettabile, è un peccato (1 Cor 12,25).
Rammentate la parabola del Signore a proposito dei talenti. Colui che aveva ben nascosto il talento ricevuto fu condannato duramente dal Signore. Coloro che avevano lavorato, facendo fruttare il talento e rendendo il centuplo, furono benedetti. Non è necessario essere grandi esegeti per comprendere il significato di questa parabola. La Chiesa russa ha sempre lavorato all’evangelizzazione e alla missione. Nel XIX secolo organizzò un numero considerevole di missioni per i numerosi non-cristiani all’interno dell’impero russo. All’inizio del XX secolo in Russia la Liturgia veniva celebrata non solo in slavonico, ma in più di venti lingue locali. E tutto questo senza diffidenze, senza discriminazioni o esclusioni. E tutti i grandi missionari russi, come i SS. germano e Innocenzo dell’Alaska, San Nicola del Giappone, per non parlare del Patriarca Tichon e della sua opera in nord America, hanno operato per trasmettere la fede ortodossa e le tradizioni liturgiche e spirituali russe nelle lingue dei popoli che hanno evangelizzato, senza che nessuno li rimproverasse di preferire la creazione di una ortodossia locale alla conservazione della cultura e dell’identità russa. Penso che l’ortodossia di tradizione russa sia una caratteristica comune della nostra Arcidiocesi, e deve esserlo in tutte le nostre parrocchie. Questo richiede pazienza e uno sforzo comune: per alcuni, è necessario imparare con umiltà ed amore a conoscere ed a rispettare il tesoro spirituale della tradizione liturgica russa; per altri è necessario imparare a condividere e trasmettere con la stessa umiltà e lo stesso amore lo stesso tesoro.
Reverendi Padri e madri, fratelli e sorelle, concentriamoci sull’Unico necessario. Questo implica che in ciascuna parrocchia ci si volga alla vita liturgica e a come renderla ancora più conforme alla realtà fondamentale della Tradizione ortodossa, nelle nostre attuali condizioni. E’ certo che la Liturgia si trova al cuore stesso della nostra vita. Ma come la realizziamo nel quotidiano? E cos’è la Liturgia? E’ la lettera del Typikon o il suo senso, il suo spirito? Diventiamo realmente degli esseri liturgici, che “fanno di ogni cosa Eucaristia”!
Che facciamo quando le nostre parrocchie (accade sovente in provincia) si trovano nell’impossibilità di assicurare una regolare celebrazione Eucaristica domenicale e celebrano la Liturgia una volta al mese? Come santifichiamo la domenica? E le grandi feste del Signore e della Madre di Dio? Come facciamo memoria dei santi i cui nomi costellano il nostro calendario? In altre parole: qual è il senso della tradizione liturgica ortodossa, e come viverla nel mondo di oggi?
Un altro tema che mi sembra essere di capitale importanza, e che deve essere affrontato nelle nostre parrocchie e a livello dell’Arcivescovado è la testimonianza del Cristo e del suo Evangelo nel luogo in cui viviamo. La Liturgia è celebrata “per la vita del mondo”. Cosa significa questo per noi, nelle nostre parrocchie, nel nostro Arcivescovado? Le nostre parrocchie sono spesso molto attive, ma si sentono spesso anche molto isolate. Sarà utile che esse mettano a confronto le proprie esperienze, le proprie riflessioni e realizzazioni. E questo riguarda in primo luogo la catechesi dei bambini e la formazione teologica dei giovani e degli adulti.
Un terzo tema che è assolutamente indispensabile affrontare è l’accoglienza dei nuovi immigrati, siano essi russi, ucraini, romeni o georgiani: cosa stiamo offrendo loro? E cosa dovremmo loro offrire concretamente, sul piano spirituale, come su quello materiale e sociale? Sono al corrente di iniziative in atto in qualche luogo. Ci sono parrocchie in provincia, e anche a Parigi – non ne faccio il nome – dove viene tenuta una catechesi a loro indirizzata [agli emigranti], o dove alcuni si mettono a loro disposizione per aiutarli nel loro inserimento. Nei Paesi Bassi, il nostro decanato ha avviato assieme alle parrocchie della diocesi del Patriarcato di Mosca e della diocesi greca un programma di accoglienza e catechismo per i nuovi immigrati dell’Europa dell’est. A Parigi ho invitato i nostri sacerdoti a prendere iniziative in questa direzione... Ecco alcuni problemi concreti e scottanti, che riguardano tutti noi.
Fra poco dovremo eleggere sei nuovi membri del Consiglio dell’Arcivescovado. E’ un atto di responsabilità. Entrare nel Consiglio diocesano significa mettersi al servizio della Chiesa; concretamente vuol dire essere al servizio del nostro Esarcato, del quale il primo servitore deve essere l’Arcivescovo. Voglio qui dire, parafrasando le parole dell’Apostolo: “Io non sono di Pietro o di Paolo, di Bartolomeo o di Alessio, ma di Cristo”. Bisogna assolutamente smettere di pensare ed agire nella Chiesa seguendo i criteri di questo mondo, come se si fosse all’interno di formazioni politiche.
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Cari Padri, madri, fratelli e sorelle, non dobbiamo rinchiuderci in false problematiche, la vita della nostra diocesi non è là. Vivere in Cristo, crescere spiritualmente, tutti insieme e in modo ecclesiale, “all’altezza della perfetta statura di Cristo”, come ci dice San Paolo nella lettera agli Efesini; immergerci nella Parola di Dio, affinché attraverso di noi essa possa irradiarsi, e che “ogni uomo che viene al mondo sia illuminato e santificato da Cristo” (preghiera di Prima), in primo luogo i mostri giovani e i nostri bambini, e poi ogni persona - di qualsivoglia nazionalità – che Dio mette sulla nostra strada, e poi l’intera società, nei paesi dove il Signore ci ha chiamato a vivere... ecco la realtà della Chiesa, non ce n’è altra, e questa è dunque la realtà del nostro Arcivescovado.
Che la grazia e la benedizione del nostro Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio il Padre e la comunione dello Spirito Santo sia con tutti noi. Amen.

