
"...In realtà, il vero ponte tra le due Europe è proprio quello della santità,
dei martiri del XX secolo,
degli innumerevoli testimoni:
costoro ci rammentano che le frontiere non giungono fino al cielo
e che i santi e i giusti delle chiese cristiane,
quella orientale e quella occidentale,
costituiscono un'eredità e un tesoro comune
che occorre imparare a scoprire e a condividere."
B. Bobrinskoy,
Da: "L'Ortodossia nella nuova Europa".
Ed. Fondazione Giovanni Agnelli, 2003

Maria Skobtsova:
donna dai mille volti, madre in mille modi
Questo articolo, adattato da uno scritto del 1999 del rev. P. Michael Plekon, è un ritratto vibrante e significativo della Santa Martire Maria,
recentemente canonizzata assieme ai suoi compagni nel martirio dal Santo Sinodo della Chiesa di Costantinopoli.
Ci
sono poche figure del nostro tempo così radicali, insolite e complesse come
Elisabeth Pilenko, che in seguito alla tonsura monastica
prenderà il nome di Madre Maria. (La migliore biografia è stata scritta da
Sergei Hackel: Pearl of Great Price, Crestwood NY: St. Vladimir's
Seminary Press, 1981). Nata nel 1891 a Riga, da una famiglia dell’aristocrazia
ucraina, fu promettente poetessa, pittrice amatoriale e artista e studente di
teologia a S. Pietroburgo – cosa inaudita per quei tempi. Fu coinvolta nel
movimento rivoluzionario e frequentò i circoli letterari riuniti attorno ai
poeti Alexander Blok e Vyatcheslav Ivanov.
Si sposò giovane, affrettatamente, ebbe un figlio, e vide questo primo impulsivo matrimonio dissolversi in un divorzio. Durante la tempesta della rivoluzione russa fu sindaco di Anapa, il villaggio originario dei suoi antenati sul mar Nero. Là fu processata dall’armata bianca in ritirata, con l’accusa di nutrire simpatie bolsceviche. Non molto tempo dopo, assieme ad altri accusati di attività controrivoluzionaria, scampò all'esecuzione fingendo di essere amica della moglie di Lenin. Assieme a migliaia di compatrioti giunse nell'ovest in esilio; in condizioni di incredibile povertà e sofferenza riuscì a raggiungere dapprima Istanbul e in seguito Parigi. Durante il viaggio che la condusse in esilio si sposò nuovamente, questa volta con Daniel Skobtsov, il giudice militare da cui era stata processata ad Anapa. Ebbe con lui una figlia, destinata a morire di meningite a Parigi, ed un figlio, che morì in campo di concentramento assieme all’ultimo cappellano del suo ospizio, P. Dimitri Klepinin.
"Nel
giudizio finale non mi si chiederà se avrò condotto una vita ascetica
soddisfacente, e nemmeno quante prostrazioni e inchini avrò fatto davanti alla
Santa Mensa. Mi si chiederà se avrò nutrito gli affamati, vestito gli ignudi,
visitato gli ammalati e i prigionieri in carcere. Questo mi si chiederà."
(da:
T. Stratton Smith, Rebel Nun, Springfield IL: Templegate, 1965, p. 135).
Liza sembrava non trovare
posto nel suo tempo e nel suo mondo. O magari qualunque luogo e tempo avrebbe potuto essere
stato il suo. Si era sposata con passione impulsiva. Aveva adorato i suoi
figli, anche se poté farlo per breve tempo. Visse come altri esuli una povertà
che non aveva mai conosciuto prima nella vita. Liza fu strappata alla famiglia e
alla vita intellettuale e proiettata verso i molti emigrati russi sofferenti,
cui viveva accanto. Il suo atteggiamento verso di loro era quello del pastore di
anime e del consigliere. Ma per una donna non c’era attività diaconale
possibile a quel tempo. E’ pur vero che la Duchessa Elisabetta, recentemente
canonizzata come Martire, aveva fondato alla periferia di Mosca una comunità di
monache addette alla cura degli ammalati e degli emarginati. Ma gli unici modelli di vita ecclesiastica per madre
Maria erano i
conventi tradizionali in Estonia e Lettonia, sfuggiti alla rivoluzione, nei
quali Maria non riusciva ad identificarsi. C’era troppa immediata necessità,
troppa sofferenza attorno a lei.
Per dodici anni, dal giorno della sua
professione monastica avvenuta nel marzo 1932, fino all’arresto e alla deportazione al
campo di concentramento di Ravensbruck dove troverà la morte nelle camere a
gas, vivrà un’esistenza singolare per una monaca, perché fu allo stesso
tempo curatrice d’anime, amministratrice di più case d'accoglienza, cuoca,
scrittrice, e molte altre cose. Con la benedizione del Metropolita Evloghij, lo straordinario vescovo della
diocesi russa di Parigi, riuscì a plasmare a modo suo
il mondo attorno a sé, che diventò di fatto il suo monastero. Con il sostegno
di alcune tra le figure-chiave dell’emigrazione russa, fonderà ostelli per i
senza-tetto, gli abbandonati, gli ammalati e gli emarginati a Villa
de Saxe, Rue Lourmel e Noisy-le-Grand.
Madre
Maria giunse a comprendere che la vita monastica non è altro che
l’incarnazione dell’amore per Dio e per il prossimo. Sosteneva inoltre che
nel diffondersi in aree geografiche diverse, caratterizzate da climi, lingue e
culture differenti, il monachesimo, quale realtà vivente, seppe sempre
adattarsi ai nuovi ambienti e costumi. Trovò il modo di fiorire al di fuori dei
deserti del medio oriente e delle province dell’impero bizantino:
“…oggi
il monaco deve lottare per ciò che è essenziale, per l’autentica anima del
monachesimo, piuttosto che per le astrazioni delle forme esterne di questa vita.
Il monachesimo è necessario soprattutto sulla strada della vita, nello stesso
cuore della vita. In realtà per il monaco o la monaca c’è solo il monastero
del mondo. Qui sta la novità del “nuovo monachesimo”, il suo significato,
la sua causa, la sua giustificazione! Ed è importante per il monaco comprendere
questo in modo immediato. Ci sono molti che devono, nonostante ne abbiano paura,
diventare degli innovatori. Ciò che qui c’è di nuovo non lo è per brama di
novità, ma perché è ineludibile.” (Il Sacramento
dei Fratelli (Le sacrement), a cura di Hélène Arjakovsky-Klépinine, Paris/Lausanne: Cerf,
1995, pag. 126).
Madre
Maria non aveva alcuna velleità rinnegare gli schemi tradizionali del
monachesimo, che piuttosto considerava quasi un lusso, inaccessibile alla
maggior parte di coloro che cercano Dio. Sarebbe stato come paragonare la
possibilità di potersi curare in un sanatorio in montagna, godendosi l’aria
pura e il buon cibo, con la necessità di doversi accontentare di anguste
stanzette sovraffollate, con il cibo dei poveri come unico nutrimento:
“...lasciata
qui nel mondo da Cristo, la Chiesa non è altro che un pizzico di lievito, che
può far fermentare tutta la pasta. Cristo ha dato l’intero mondo e la sua
storia alla Chiesa. Come può la Chiesa rifiutarsi di ricostruire questo mondo
spiritualmente, e di trasfigurarlo? E il monachesimo è stato posto nella Chiesa
come armata potente, per essere d’aiuto in questa trasformazione.” (Le
sacrement, pag. 126).
Per Madre Maria non i dettagli della vita monastica,
quali gli abiti o gli edifici, definiscono il monachesimo, bensì i tradizionali voti
di obbedienza, castità e povertà professati dai monaci e dalle monache. Le pratiche monastiche sono per lei un ‘involucro storico’ che può
cambiare, così come i mezzi attraverso i quali la vocazione viene vissuta
attraverso i voti monastici (Le
sacrement, p.127). L’obbedienza promessa a Dio e praticata verso i
superiori, nel monachesimo orientale verso un padre/madre spirituale o uno
starets, può oggi essere vissuto come obbediente sevizio a Cristo attraverso il
lavoro della Chiesa nelle varie circostanze della vita moderna (Le
sacrement, p.
131).
E’
ingannevole pensare che l’idea di Madre Maria sul rinnovamento del monachesimo
costituisca un appello al rifiuto della vita contemplativa ed isolata, in favore
di un’esistenza caratterizzata da un’attività sociale radicale verso i
poveri e i bisognosi. La sua vocazione carismatica consisteva nel mettersi in
modo totale a disposizione di coloro che erano nel totale bisogno, spesso con
l’aiuto di volontari, che raccoglievano denaro e cibo, per dare rifugio nei
suoi ostelli ai senzatetto, ai derelitti e a ogni anima ferita. Lavorò in
seguito con il suo assistente spirituale e compagno nel martirio, P. Dimitrij
Klepinin, per nascondere ebrei francesi al tempo del governo di Vichy. Si recò
persino al Vélodrome d'Hiver, per essere vicina alle migliaia di ebrei là
rinchiusi in condizioni disumane durante il luglio 1942.
In
particolare, il voto monastico di povertà, la sapienza di Dio e la sorprendente
“via del Regno”, porrà il monaco e la monaca tra i poveri del mondo. Va
sottolineato che l’intera esperienza monastica di Madre Maria fu
caratterizzata dalla sofferenza e dal caos della povertà
dell’immigrazione russa in Francia durante la grande depressione, e poi
durante l’occupazione nazista durante la 2° guerra mondiale (Le
sacrement, pp. 141-146). Come nel passato avevano fatto i Santi Sergio di Radonez, Nilo di Sora e Francesco di Assisi, i monaci
e le monache non lavorarono
solo per mantenersi, ma anche per vestire, nutrire e dare alloggio ai
sofferenti.
Per
Madre Maria, la povertà non doveva limitarsi al piano materiale, ma doveva
raggiungere livelli più profondi. Chi è materialmente povero può essere un
tesoro, una fonte di doni spirituali (Le sacrement, p.132). In realtà,
essere “poveri in spirito” è precisamente l’oggetto del voto del
monaco e della monaca, ed è l’unica via della vita comunitaria di quella entità
cattolica che è la Chiesa. Essere “poveri in spirito” vuol dire essere in
grado di dire con Cristo: “Padre, nelle tue mani io rimetto il mio spirito”.
Il monaco e la monaca non conservano ciò che è loro essenziale, al sicuro in una sorta di
“cella interiore”, ma donano ciò che è loro essenziale in modo
sacrificale, come Cristo fece sulla croce.
“...tutto questo porta ad una cosa, la necessità che il monaco/monaca sia attivo/a nel mondo esterno…In ogni forma di attività, come il lavoro sociale, l’assistenza, la cura spirituale…consacrando la sua vita al lavoro, al volto di Cristo nel prossimo, non acquistando, ma dissipando, donando senza remore per la gloria di Dio” (Le sacrement, p. 134).

S. M. Maria (Skobtsov), Angelo con turibolo. Icona con riza a ricamo (1934).
Il
titolo della raccolta postuma di scritti di Madre Maria, Le sacrement du
frère/Il sacramento del fratello, riassume puntualmente non solo la sua visione della
vita cristiana in generale, ma in particolare la sua
personale idea di monachesimo nell’era moderna. Secondo un detto di S.
Giovanni Crisostomo, la Liturgia è seguita da un’altra Liturgia, celebrata non
su un altare di pietra o legno, ma su un altare di carne e sangue, quello del
nostro prossimo. Questo è per Madre Maria il “sacramento del fratello”. In modo analogo, la visione del Cristianesimo e della vita monastica
di Madre Maria, è presentata in un manoscritto del 1937 recentemente rinvenuto,
dal titolo “Tipi di vita religiosa”, pubblicato
lo scorso anno [1997, n.d.t.]
sulla rivista parigina Vestnik,
(176, II-III, 1997) e successivamente tradotto in inglese da P. Alvian Smirensky
e pubblicato in Sourozh, (74 & 75, 1998). In seguito ad un acuto
esame delle forme di spiritualità “dei suoi fratelli ortodossi” tanto
preciso quanto duro, l’autrice si sofferma sul “modello evangelico” della
vita spirituale, concepito come ritorno radicale al Vangelo. Il centro della
Buona Novella è l’amore, l’amore di Dio per noi, il nostro per Lui, e
l’amore che proviamo gli uni per gli altri. L’amore di Dio e del prossimo
sono così intimamente commisti tra loro da non essere separati o contrapposti.
Non si può amare il prossimo senza amare Dio, ed eventi del nostro passato
recente mostrano la nostra difficoltà a comprenderlo. Allo stesso modo, non è
possibile amare Dio senza amare e servire i nostri fratelli e sorelle. Ciò che
è caratteristico - a volte può apparire fastidioso – nelle appassionate parole di
Madre Maria è un aspetto che essa riconosce parte del comandamento
dell’amore, e che lo travalica: la negazione di se stessi. Non è sufficiente
la rinuncia al controllo sulle cose materiali che i monaci e le monache compiono con i propri voti. Il vangelo chi chiama ad operare delle cesure persino nella vita
dello spirito:
“…la rinuncia ci insegna non solo a non cercare con avidità vantaggi per l’anima, ma anche a non essere avari, ad essere prodighi nel nostro amore, a cercare la nudità spirituale. Le nostre anime non devono trattenere nulla, noi non dobbiamo trattenere nulla di sacro e prezioso, a cui non saremmo in grado di rinunciare nel nome di Cristo in favore di chi ne avesse bisogno. La rinuncia spirituale è il sentiero verso la santa follia, la follia in Cristo. E’ l’opposto della sapienza di questo secolo. E’ la beatitudine di coloro che sono poveri in spirito. E’ il confine estremo dell’amore. (…) Secondo le leggi materiali, se io dono un pezzo di pane divento più povera perché perdo questo pane; se dono il mio amore mi impoverisco di una certa quantità d’amore, e se dono la mia anima, vado completamente in rovina, perchè non ho più niente che si possa salvare.(…) Secondo la legge dello Spirito, qualsiasi tesoro spirituale venga donato, non solo ritorna al donatore come un rublo non speso, ma cresce e diventa più forte. Chi dà, riceve in cambio; chi diventa più povero arricchisce. Nel distogliersi da un’esclusiva attenzione a Cristo, attraverso un autentico atto d’amore e di negazione di sé , ci si offre agli altri (…) e allora si incontra lo stesso Cristo, faccia a faccia, in colui/colei a cui ci si offre e in questa comunione ci si unisce allo stesso Cristo. Il mistero dell’unione con l’uomo diventa mistero dell’unione con Dio. Ciò che è donato e ceduto, ritorna. L’amore che è stato speso non diminuisce mai la fonte di quell’Amore, perché la sorgente dell’amore nei nostri cuori è lo stesso Amore, Cristo. Qui paliamo di un autentico svuotamento, di una parziale imitazione dello “svuotarsi” di Cristo nell’incarnazione. Dobbiamo allo stesso modo svuotarci completamente, “incarnandoci”, se così si può dire, in un’altra anima umana, offrendo ad essa la piena misura dell’immagine di Dio che è dentro di noi”. (da: Tipi di vita religiosa).
Madre
Maria vedeva questa immagine dell’amore totale di Dio, che si fa preghiera gli
uni per gli altri, non unicamente nelle pagine del Nuovo Testamento. Per lei,
questo amore è presente nell’Eucaristia, ed in essa si rivela continuamente
a noi. Nell’elevare il pane e il calice dopo la Consacrazione, il celebrante canta: “Il Tuo e dal tuo, a Te offriamo in tutto e per tutto.”
“Se
(…) questo
amore sacrificale che dona se stesso è al centro della vita della Chiesa, quali
sono dunque i suoi confini e i suoi limiti? In questo senso si può parlare
dell’intera Cristianità come di un’eterna offerta di una Divina Liturgia
oltre le mura della Chiesa (…). Significa che noi dobbiamo offrire il sacrificio
incruento, il sacrificio dell’amore che dona se stesso, non solo in un luogo
specifico, su un altare specifico di una chiesa specifica: l’intero mondo, in
questo senso, diventa l’unico altare dell’unica Chiesa, e noi dobbiamo
offrire i nostri cuori sotto le specie del pane e del vino, affinché essi siano
trasformati nell’amore di Cristo, affinché Lui possa dimorare in essi,
affinché essi possano diventare i cuori della divino-umanità, affinché Egli
doni questi nostri cuori quale cibo per il mondo, affinché Egli voglia
comunicare l’intero mondo con questi nostri cuori offerti in sacrificio,
affinché siamo tutti uno in Lui, affinché non viviamo, ma Cristo viva in noi,
incarnato nella nostra carne…”.
Madre
Maria per lungo tempo non fu in grado di riunire una comunità monastica attorno
a sé: sia i suoi assistenti spirituali che le sue sorelle scelsero altri luoghi
in cui vivere, o furono costretti da necessità economiche o sociali a recarsi
altrove. Non a suo discredito si può anche affermare che la sua singolare
personalità possa avere giocato un ruolo in tutto questo.
In
un tempo di immense sofferenze dovute alla rivoluzione e all’emigrazione, di
ristrettezze economiche e di guerre, Madre Maria conservò una comprensione
radicalmente incarnata del discepolato cristiano. Amare Cristo significava
amarlo e servirlo nei volti - anche
repellenti - dei bisognosi e degli emarginati. Giudicare Madre Maria una
semplice attivista cristiana significherebbe non tenere conto della sua profonda
spiritualità eucaristica, della sua profonda anima ecclesiale, della sua
preghiera. (Paul Evdokimov). Di Madre Maria è ricordata la raggiante ed attenta
presenza alla Liturgia, la conversazione intensa con i propri
interlocutori, nei caffè o nei suoi ospizi, e le attività che le lasciavano
energia persino per scrivere articoli per i periodici della comunità degli
immigrati. Madre Maria indica il deserto monastico come il cuore di Dio che è,
nell’espressione del suo amico P. Lev Gilet, “monaco della Chiesa
orientale”, “Amore senza limiti”. Non riuscì a separare questo amore
dall’amore per il prossimo: il Metropolita Evloghij, che accolse la sua
professione monastica ed incoraggiò la sua inconsueta forma di vita e di
ministero, diceva che il suo monastero era “il deserto dell’anima umana”.
Madre
Maria indica a noi una realtà fondamentale, messa in ombra dalle continue
dispute tra “tradizionalismo” e “modernismo” nella Chiesa Ortodossa:
l’impegno cristiano non è rivolto ad un’eredità, a strutture del passato,
e nemmeno a visioni di come potrà essere il futuro. Al contrario, ogni
cristiano, monaco, chierico o laico, è chiamato alla vita autentica, alla vita
nella chiesa e nel mondo così come li troviamo, all’incontro con Dio, con se
stessi e con chi è nel bisogno. Qui si ode l’eco della voce di S. Serafino di
Sarov: “che io sia un monaco e tu un laico non importa (…) piuttosto importa che
entrambi siamo nella luce dello Spirito Santo…Raggiungi la pace, e in migliaia
attorno a te saranno salvati”.
In sintesi, per Madre Maria, questo era il vero Vangelo: metanoia – ossia la profonda trasformazione di se stessi e del mondo attraverso l’amore, la preghiera ed il lavoro. La rivoluzione russa, scriveva, ha prodotto terribili sofferenze e portato la rovina sulla Chiesa Ortodossa. Tuttavia, paradossalmente può essere vista, analogamente ad altre catastrofi come la grande depressione, l’emigrazione forzata e persino la seconda guerra mondiale, come un dono di Dio, una liberazione da un grande peso. Questi orrori, insisteva Madre Maria, ci donano la libertà di conoscere di nuovo Dio, noi stessi, e di conoscerci tra noi, semplicemente, direttamente. Il Metropolita Anthony Bloom disse a questo proposito: “Madre Maria è una santa dei nostri giorni e per i nostri giorni, una donna di carne e sangue posseduta dall’amore per Dio, che fronteggiò senza paura, i problemi del nostro secolo”. Scavalcò i tradizionali confini del monachesimo e della vita ecclesiastica, e li spinse oltre i limiti del passato, come testimoniano la sua vita privata, i suoi rapporti personali, le sue idee audaci proclamate o scritte, e persino l’affermazione di essere “monaca nel mondo”. Spinse certamente questi confini al di là dei limiti tradizionali, ma mai li infranse. Come molti dei suoi amici e compagni dell’emigrazione russa, P. Sergio Bulgakov, Nicola Berdiaev e il Metropolita Evloghij, cercò di vivere ciò che il P. Alexander Elchaninov chiamava la “libertà assoluta” dell’Ortodossia.

Liturgia di Canonizzazione della Martire Maria Skobtsov, dei suoi compagni di martirio
P. Dimitri Klépinine, Iuri Skobtsov, Elia Fondaminski, e del Sacerdote Alexis Medvedkov.
Parigi, Cattedrale S. Alessandro Nevskij, 1° maggio 2004.
***
La vita, la libertà e il coraggio della Santa Martire Maria
prima testimone del nostro secolo e icona vivente
sono posti davanti a noi
come sfida provocante
come invito d'amore.
